Enactment: l’uso clinico della messa in atto

20 agosto 2013 » In: Dissociazione e uso enactment » Leave a comment

 

Se la mente è composta da configurazioni relazionali, se la persona è comprensibile solo nel contesto delle sue relazioni passate e presenti ne consegue che l’indagine analitica presuppone una inevitabile partecipazione nel mondo interno del paziente che cercherà una opportunità di riattualizzare nella relazione analitica un passato non ancora linguisticamente esprimibile .
L’analisi del transfert nel qui ed ora è infatti diventata un’altra caratteristica comune degli analisti contemporanei e quelli di tradizione freudiana riconoscono di avere a lungo evitato l’osservazione del contributo dell’analista alla formazione e sviluppo del transfert e dell’utilizzo del controtransfert considerato come un ostacolo da superare.
Nel significato corrente il transfert è diventato un fenomeno interattivo e gli si riconosce lo scopo di produrre ripetizione. L’interazione del transfert e del controtransfert è considerata il cuore della situazione analitica, espressione di due psicologie in interazione, non più quindi fenomeno a senso unico.
E’ centrale nel modello relazionale l’idea che un desiderio infantile o un conflitto che trova espressione nelle associazioni del paziente non sia solo un residuo del passato ma anche riflesso dell’interazione e dell’incontro con quel particolare analista e con tutte le sue caratteristiche peculiari. In quest’ottica l’impatto dell’analista deve essere continuamente osservato.
Stiamo assistendo ad una interpersonalizzazione della psicoanalisi che favorisce una maggiore libertà di espressione e spontaneità da parte dell’analista il quale riconosce che inevitabilmente sarà trasformato dal mondo intrapsichico del paziente.
La relazione con il suo potenziale di esprimere nuove forme di rapporto, quindi l’esperienza stessa, è considerata la forma principale di insight .
Secondo il modello relazionale l’analista sarà inevitabilmente coinvolto nella ripetizione, anche se in forma attenuata, delle modalità relazionali del passato e la percezione che il paziente avrà di queste similitudini non è più vista come una distorsione da correggere.
La messa in atto diventa evento terapeutico cruciale, essenza stessa del trattamento inteso anche come una variazione più sana di esperienze passate.
Aron (1996) sostiene che solo recentemente il termine “enactment” (messa in atto, attualizzazione) è stato riconosciuto come termine tecnico dalla psicoanalisi classica ed è ora ampiamente usato da analisti di orientamenti diversi.
Rimane disaccordo solo sullo spazio da riconoscere all’interazione senza che questo significhi l’abbandono della centralità dell’esplorazione dell’esperienza intrapsichica.
Gli analisti freudiani storicamente hanno ritenuto necessario eliminare il più possibile la presenza soggettiva dell’analista così da permettergli di funzionare come osservatore obbiettivo della psiche del paziente e in questo modo i concetti che implicavano interazione venivano esclusi dalla teoria. Si voleva evitare che la personalità diventasse mezzo per indurre un cambiamento nel paziente e proteggere la sua autonomia evitando una cura per suggestione. La componente interattiva del processo e il ruolo che la soggettività dell’analista inevitabilmente aveva non erano riconosciute. Allo stesso non si considerava che la teoria con il potere di “verità” che questa assumeva in conseguenza della asimmetricità dei ruoli, potesse esercitare comunque una pressione di indottrinamento spesso causa di resistenza e di stallo della terapia.
Nel modello classico si faceva inoltre una netta distinzione fra parole e comportamento. Gli impulsi che tendono a scaricarsi nella attività motoria se differiti nella meta troveranno spazio in quella ideativa, nelle parole, pensieri o fantasie. Dato questo assunto gli impulsi del paziente devono essere frustrati affinché l’analisi possa avere successo anche se di fatto non c’è nessuna ragione di pensare che azione e pensiero siano mutualmente esclusivi né del resto c’è supporto empirico a conferma di tale convinzione.
Sandor Ferenczi per primo riconobbe che la comunicazione è una forma di azione e solo più tardi Wittengstein affermò che il linguaggio è meglio concepito nei termini di una attività che coinvolge l’uso di parole usate come mezzi. Le parole non sono solo delle etichette per le cose ma acquistano il loro significato attraverso l’uso che ne viene fatto all’interno di uno scambio sociale. Se le parole sono azioni, se i fatti sono comunicazioni, allora la psicoanalisi non può più essere pensata unicamente come una “Talking Cure” ma deve coinvolgere l’azione e l’interazione. La psicoanalisi diventa una cura attraverso la messa in atto, un rapporto nel quale quello di cui si parla è agito e quello che è riattualizzato viene riconosciuto e discusso.
Nel modello interpersonale non c’è mai stata questa netta distinzione fra parole ed atti, in questo sta il suo contributo rivoluzionario che solo recentemente è stato riconosciuto dalla psicoanalisi classica.
L’unica interazione a cui gli analisti classici erano interessati è sempre stata quella che avviene a livello delle strutture intrapsichiche mentre negli anni recenti si è assistito ad un cambiamento radicale.
Joseph Sandler (1992) usa il termine attualizzazione per descrivere lo sforzo che il paziente esercita per imporre all’analista una relazione oggettuale intrapsichica. Secondo lui il transfert non è solo una distorsione percettiva ma anche un’attività in quanto il paziente spinge l’analista a giocare un ruolo ed il transfert si attualizza attraverso la rispondenza dell’analista (free floating behavioral responsiveness). Similmente, ma dalla prospettiva interpersonale Edgar Levenson (2006) sostiene che l’analista deve lasciarsi trasformare, la ripetizione diventa un processo mutuo e l’analisi della messa in atto il momento cruciale e la causa del cambiamento. Il pericolo sta nel non riconoscere e nel non analizzare l’inevitabile messa in atto.
Renik (2006), esponente prestigioso della psicoanalisi classica, parla della irriducibilità della soggettività dell’analista, denuncia gli effetti distruttivi sul lavoro clinico del perseguire una tecnica impossibile da realizzare, critica la posizione epistemologica di autorità dell’analista, e riconosce i limiti alla sua capacità oggettiva in quanto l’oggetto di investigazione non è una mente isolata e l’analista è un osservatore partecipe. Secondo Renik la consapevolezza del controtransfert è sempre retrospettiva e preceduta da messe in atto controtransferali. La psicologia individuale dell’analista determina costantemente la sua attività in analisi. La teoria adottata da Freud dell’arco riflesso, se non agiamo pensiamo, non ha alcun fondamento, non esiste distinzione netta fra pensiero ed azione. L’analista deve riconoscere ed utilizzare al meglio l’impatto della sua soggettività, riconoscerne gli effetti.

Bibliografia

- Aron, L. (2002) A Meeting of Minds. Analytic Press
- Sandler, J. (1992) The Patient and the Analyst: The Basis of the Psychoanalytic Process. Karnac Books
- Levenson, E. (2006) The Fallacy of Understanding. Analytic Press
- Renik, O. (2006) Practical Psychoanalysis for Patients and Therapists

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