Identità come struttura relazionale: la patologia attuale

20 agosto 2013 » In: La psicoanalisi relazionale » Leave a comment

 

P. Verahege (2004), analista contemporaneo di orientamento lacaniano, descrive le origini e la natura profondamente intersoggettiva dell’identita’ umana. L’ansia di separazione è il punto di partenza nel processo di acquisizione dell’identita’. Il bambino impotente ed in balia di una tensione somatica si rivolge all’altro attraverso il pianto, questo è il prototipo di tutte le successive relazioni intersoggettive. L’altro risponde con delle specifiche azioni che lo sollevano dalla tensione spiacevole e in questo senso possiamo dire che l’istinto somatico ha una dimensione intersoggettiva fin dall’inizio. 
Il bambino riceve immagini e parole per la sua esperienza interna attraverso il rispecchiamento materno. In questa interazione primaria il dolore somatico si trasforma in dolore psichico nel momento in cui l’altro non risponde, è a questo punto che incontriamo la prima situazione traumatica di separazione, la tensione interna rimane irrisolta dall’altro. L’esperienza di dolore acquista una colorazione affettiva: l’ansia e una reazione depressiva che ha a che fare con la conseguente perdità di identità. L’ansia ha una forte connotazione somatica, palpitazioni, disarmonie respiratorie e tremori, e prende due forme di automatismo e di aspettativa spiacevole, come nelle forme successive di attacco di panico.
Assieme all’ansia assistiamo ad una reazione depressiva, seconda reazione alla perdita dell’oggetto. L’identità psicologica del soggetto origina dal rispecchiamento dell’altro, se lo sguardo, il viso dell’altro scompare, anche il Sé rispecchiato si disintegra. Una tensione interna spiacevole viene associata ad un altro esterno e l’assenza dell’altro diventa la causa della tensione per il bambino, l’aspettativa che l’altro fallirà e che la sua risposta sarà sempre inadeguata. Questa esperienza di mancanza è un elemento centrale della formazione dell’identità e nel caso che l’ansia di separazione vissuta dal bambino sia eccessiva o che il bambino venga deprivato dell’esperienza della mancanza assisteremo allo sviluppo di un’identità strutturata secondo modalità isterica o ossessiva. L’altro si occupa della primo livello della formazione dell’identità e del contenimento istintuale (anche il modello di Fonagy del “social biofeedback of parental affective mirroring”, segue questo paradigma intersoggettivo).
Una sicura base di alienazione/attaccamento è la condizione necessaria per una separazione possibile dall’altro. La fase iniziale di alienazione può essere insufficente o eccessiva, nel primo caso il soggetto non trova lo spazio per radicarsi nel rapporto con l’altro e sulla base di questo attaccamento costruire una propria identità distinta, inoltre l’elaborazione secondaria della pulsionalità non avviene o è insufficente, l’altro rifiuta la pulsionalità del soggetto ma offre significanti che condizionano uno sviluppo parziale o patologico, da falso sè. In questo caso il soggetto non può permettersi di separarsi, di perdere l’altro e l’identità che gli è stata attribuita.
La separazione comporta ansia di panico o somatizzazione, una patologia attuale e l’altro è vissuto come totalmente deludente.
Nella psicopatologia, invece, l’ansia prende la forma di un vissuto e di un’ immagine soggettiva di non essere abbastanza per l’altro, di non soddisfare le sue aspettative.
Nel caso in cui l’alienazione sia eccessiva, senza una possibilità di separazione da un altro preoccupato che soffoca il soggetto deprivandolo della mancanza e della possibilità attraverso la dinamica del desiderio di integrare la pulsionalità, sarà il soggetto a rifiutare l’altro. Ridotto a desiderio dell’altro il soggetto vivrà tutto quello che viene dall’altro come intrusivo e dovrà sviluppare delle difese per proteggere la propria autonomia.
L’ansia di separazione è più evidente nell’isteria, mentre l’ansia di alienazione e il bisogno di separatezza sono la caratteristica principale della psicosi e della nevrosi ossessiva.
Questa crescente attenzione al soggetto sembra essere legata alla sintomatologia che, come nel caso del disturbo di panico, si è spostata nella direzione della patologia attuale in conseguenza della crescente disorganizzazione sociale e della mancanza di ancoraggi saldi, anche se alienanti per l’individuo, ai valori della società patriarcale, delle religioni e delle ideologie dominanti del passato.
Kirshner (2004) sostiene che tutto questo, comprese le diverse norme legate allo sviluppo dell’identità sessuale, espongono l’individuo ad un maggiore senso di abbandono e ad una vulnerabilità nei confronti del Reale, cioè di quella dimensione della realtà che non può essere linguisticamente contenuta e che si presenta al Sé come un’incontro insostenibile.
La distizione fra psicopatologia e patologia attuale e’ clinicamente di importanza cruciale e sempre piu’ frequentemente ci troviamo ad occuparci di questo disturbo, come nel caso dell’attacco di panico, che richiede sia un lavoro di espansione del Se, per integrare il deficit evolutivo, che una successiva elaborazione del conflitto con l’altro che ha fallito nel contenimento e trasformazione in senso simbolico della componente pulsionale ed affettiva. Spesso l’elaborazione del conflitto comporta la riattualizzazione nel rapporto col terapeuta di una componente dissociata che emerge sotto forma di affettivita’ disorganizzante e una profonda ambivalenza. Forti oscillazioni fra amore ed odio, fra idealizzazione e svalutazione, fra una sensazione di fusionalita’ che promette il riconoscimento necessario e un profondo senso di sfiducia e fallimento, sono alla base della reazione ambivalente che chiede di essere espressa e riattualizzata nel rapporto terapeutico.
Nella sua essenza la patologia attuale consiste in un deficit nello sviluppo mentale del processo secondario, non e’ l’intensita pulsionale ad essere disorganizzante ma la mancanza di una struttura mentale in grado di contenerla simbolicamente ad essere traumatica, l’assenza di una possibile interpretazione psicologica.
I sintomi di sintomatizzazione, medicamente incomprensibili sembrano essere correlati all’alessitimia, (no words for feelings) e al fallimento dell’altro nella sua funzione di dare significato e contenere le sensazioni ed eccitazioni corporee.
La struttura di patologia attuale nel soggetto è compresa come l’impossibilità di tradurre l’eccitamento somatico in rappresentazioni psicologiche. La correlazione col fallimento dell’altro è confermata dalla frequente impossibilità di separazione. Anche Fonagy ritiene che lo sviluppo originario dell’identità soggettiva avvenga attraverso il rispecchiamento dell’altro della tensione somatica. Anche l’ipocondria psicotica ha a che fare con qualche cosa nel corpo che non può essere nominato.
L’ansia automatica di tipo traumatico è la conseguenza della impossibilità di una separazione, è l’altro che si separa da me e mi lascia in uno stato di ansia intollerabile. I pazienti spesso non fanno un collegamento fra l’ansia e la depressione o la somatizzazione. Questo collegamento può avvenire solo all’interno del rapporto analitico. Lo scopo del trattamento è la creazione di un rapporto di contenimento basato sulla fiducia verso un altro che sia capace di dare significanti adeguati alle tensioni istintuali del paziente, di dare un nome agli stati affettivi, di traformarli in emozioni comunicabili e riconoscibili dal paziente in un ottica di espansione del Se Piuttosto che analisi del soggetto si tratta di espansione del soggetto. La tendenza, nell’interazione analitica, è quella della ripetizione del trauma originals, dove l’analista cerca e propone metafore per spiegare la somatizzazione mentre il paziente che è alle prese con il reale del disturbo, si sente nuovamente in rapporto con un altro che non fornisce l’adeguato contenimento della sua eccitazione somatica e dell’ansia traumatica.

Bibliografia

- Verhaege, P. (2004) On Being Normal and Other Disorders. Other Press, New York.
- Kirshner, L. (2004) Having a Life. The Analytic Press, Hillsdale, N. J.

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