Il Divenire del soggetto

10 settembre 2013 » In: Pubblicazioni » Leave a comment

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La ricerca di una identità soggettiva fra i conflitti isterico, ossessivo e narcisistico

La tesi principale sostenuta in questo articolo è che i conflitti isterico, ossessivo e narcisistico, che così pesantemente ostacolano il raggiungimento di una identità soggettivamente percepita e scelta, costituiscono al tempo stesso dimensioni profondamente radicate della condizione umana all’interno delle quali la conquista dell’identità soggettiva inevitabilmente ha luogo.
Per quanto riguarda la patologia attuale e i disturbi ad origine prevalentemente traumatica, a differenza delle psicopatologie, il raggiungimento dell’identità è complicato da un pericoloso perdersi del soggetto potenziale nella somatizzazione, nell’ansia di tipo traumatico o nella ripetizione dell’esperienza traumatica. Queste condizioni sono in forte contrasto con la realizzazione del Sé che comporta, attraverso il necessario contesto intersoggettivo, l’accesso del soggetto alla dimensione simbolica.
Nel caso delle psicopatologie invece lo sviluppo della soggettività è complicato dal rapporto del soggetto con un’ altro primario che abbandona, invade o delude profondamente come avviene rispettivamente nel caso dei conflitti isterico, ossessivo e narcisistico.
Nel caso in cui questi conflitti non si strutturino come patologia rimarranno comunque aree conflittuali cruciali nello sviluppo dell’identità inquanto coinvolgono il soggetto nel rapporto con il desiderio dell’altro nel processo di integrazione in senso psicologico della pulsionalità.

Verso un nuovo paradigma

Non solo ci siamo abituati a convivere con la molteplicità dei modelli ma abbiamo imparato ad apprezzare l’uso dialettico delle diverse prospettive e accettato la relatività delle verità in esse contenute ridimensionando il nostro bisogno di verità assolute e di teorie reificanti.
Il brillante lavoro di analisi comparativa dei modelli psicoanalitici sviluppato da J. Greenberg e S. Mitchell (1983) è stato uno strumento indispensabile in questo percorso, ha evidenziato i limiti del modello pulsionale freudiano nello spiegare la complessità della mente umana e ha dimostrato come i successivi passi di aggiustamento teorico sono serviti ad integrare nel modello freudiano originario la dimensione più esperienziale e relazionale dello sviluppo mentale.
Superando le contrapposizioni più radicali si è arrivati a considerare la dimensione energetico-pulsionale e quella relazionale e intersoggettiva come prospettive diverse e non incompatibili.
Si riconosce attualmente che la pulsione è intrinsecamente relazionale e che il suo destino è profondamente condizionato dal suo incontro con l’altro, per cui l’aspetto reale della pulsione dovrà essere contenuto dai significati ad essa attribuiti nel contesto intersoggettivo all’interno del quale l’identità individuale prenderà forma.
Stiamo assistendo ad una sostanziale convergenza fra quei modelli che hanno come centro principale di interesse l’attenzione al soggetto e al suo sforzo continuo per mantenersi immerso nella realtà sociale di cui ha bisogno e salvaguardare al tempo stesso un’altrettanto necessaria consapevolezza di una identità distinta e radicata nel corpo.
Secondo Kirsnher (2004) la psicoanalisi contemporanea sta attraversando un’importante trasformazione nella quale le origini dell’identità e il mantenimento del senso di vivere soggettivamente la nostra esistenza sono l’oggetto di studio e l’attenzione terapeutica primaria.
Questa crescente attenzione al soggetto sembra essere legata alla sintomatologia che, come nel caso del disturbo di panico, si è spostata nella direzione della patologia attuale in conseguenza della crescente disorganizzazione sociale e della mancanza di ancoraggi saldi, anche se alienanti per l’individuo, ai valori della società patriarcale, delle religioni e delle ideologie dominanti del passato.
Kirshner (2004) sostiene che tutto questo, comprese le diverse norme legate allo sviluppo dell’identità sessuale, espongono l’individuo ad un maggiore senso di abbandono e ad una vulnerabilità nei confronti del Reale, cioè di quella dimensione della realtà che non può essere linguisticamente contenuta e che si presenta al Sé come un’incontro insostenibile.

Se osserviamo più da vicino i principali modelli psicoanalitici vediamo come nel modello della Psicologia dell’Io si riconosce che il processo evolutivo di adattamento ed individuazione necessita di un ambiente caratterizzato da un’intensa immediatezza affettiva e che i disturbi pre-edipici sono causati da un fallimento nella qualità della relazione primaria.
La psicologia del Sé chiarisce come il centro dell’identità si consolidi nel punto di incontro fra le potenzialità innate del bambino e le aspettative desideranti dei genitori che svolgono un ruolo determinante di supporto narcisistico.
Kohut, come Winnicott, non da per scontata l’acquisizione di una identità soggettiva e volge la sua attenzione alla dimensione drammatica della lotta del soggetto per mantenere una coesione psichica senza la quale ogni tipo di adattamento alla realtà si svuota pericolosamente di significato
Nella prospettiva intersoggettiva di Stolorow si parla dell’importanza, per il consolidamento del Sé, dell’incontro tra due soggettività in sintonia nel contesto di una continua e reciproca influenza affettiva.
Winnicott (1971) sostiene che la nascita del Sé è legata all’incontro tra l’illusione onnipotente del bambino e la disponibilità materna ad anticipare i suoi bisogni sostenendo tale illusione in una corrispondenza il più possibilmente perfetta fra oggetto soggettivamente percepito e oggetto esterno.
I fallimenti empatici, la mancanza di contatto o una totale accessibilità dell’oggetto, possono danneggiare il Sé e deprivare il bambino dello sviluppo di quello spazio mentale interno necessario per la consapevolezza della propria mente, dei propri gesti spontanei e, come sostiene Bollas (1989), di un suo idioma personale.
Anche nella prospettiva lacaniana, che è profondamente intersoggettiva, il rispecchiamento, il riconoscersi come oggetto di un’attenzione desiderante, è alla base della formazione e del consolidamento di un senso di identità e la conquista di una identità soggettiva sta nella capacità del soggetto di affermarsi dal desiderio dell’Altro, indispensabile ma alienante, parlando un proprio desiderio.
Nella fase dello specchio, intesa come allegoria del processo identificatorio, l’dentità umana trova, secondo Lacan (1996), la propria origine nell’incontro del soggetto con il desiderio dell’Altro, inteso non solo come altro primario ma anche come sistema linguistico che pervade il soggetto; questo incontro plasmerà profondamente l’immagine che l’individuo ha di se stesso.
Anche nel modello sviluppato da Fonagy (1996) al centro della nostra identità c’è la rappresentazione di come siamo visti dall’altro e la funzione riflessiva, indispensabile alla compresione della dimensione relazionale, presuppone un rispecchiamento adeguato degli stati affettivi. La madre infatti attribuendo un’intenzionalità ed un significato agli stati affettivi del bambino lo tratta come un soggetto rappportandosi in questo modo alla sua potenziale soggettività.

Se il bambino non riesce a trovare una versione riconoscibile del proprio stato affettivo nella mente dell’altro perderà l’opportunità di una acquisizione della rappresentazione simbolica del proprio stato psichico.
In tutti questi modelli emerge la visione di un essere umano che fin dall’inizio è orientato in senso relazionale e che solo gradualmente emergerà come soggetto consapevole. La consapevolezza del Sé richiede infatti un prolungato periodo di immersione nell’esperienza di essere parte di un ambiente che sostiene adeguatamente lo sviluppo dell’identità.

Implicazioni tecniche: la ricerca del soggetto inconscio

Un aspetto insito a questa convergenza di modelli è il riconoscimento che il metodo psicoanalitico si adatta perfettamente alle esigenze trasformative del Sé e che le dimensioni interpretativa e contenitiva ad esso implicite non sono più viste come metodologie in contrasto ma come aspetti essenziali del processo di espansione dell’identità.
Secondo Bollas (1999) il bisogno di sapere, la comprensione dell’inconscio, dei conflitti e dei legami nei quali il soggetto si perde e il bisogno di divenire legato alle potenzialità riparative del rapporto analitico costituiscono appunto gli elementi indispensabili del processo analitico.
I contributi della psicoanalisi kleiniana, con il concetto di identificazione proiettiva e lo studio dell’interazione nella relazione terapeutica della psicoanalisi interpersonale che per prima ha sostenuto l’inevitabilità ed utilità della messa in atto, così come l’uso creativo della soggettività dell’analista e quindi del controtransfert, hanno reso la situazione analitica un campo di indagine molto più complesso e potenzialmente più ricco di opportunità terapeutiche.
La soggettività dell’analista, la cenerentola della psicoanalisi come osserva Aron (1996), è ora riconosciuta come uno strumento indispensabile nell’esplorazione dell’inconscio che emerge, come osserva Ogden (1994), nello spazio intersoggettivo fra paziente ed analista a patto che la struttura formale del loro rapporto venga rispettata.
La psicologia del Sé e la prospettiva intersoggettiva hanno enfatizzato l’importanza dell’ascolto empatico e di una comprensione della verità soggettiva del paziente per cui la cura non è più intesa come spinta persuasiva all’identificazione con la visione “sana” della realtà dell’analista ma come scoperta di due prospettive soggettive in interazione.
Nel modello lacaniano l’enfasi tecnica è rivolta all’ascolto di una dimensione soggettiva inconscia che emerge nel discorso del paziente se colto retrospettivamente nel suo significato letterale e non necessariamente intenzionale. Nell’ascolto analitico, come osserva Kennedy (2007), c’è un desiderio da parte dell’analista che il paziente emerga dalla propria narrativa e che trovi la propria voce. Questo desiderio analitico sarebbe il motore principale del processo analitico che diventa propriamente psicoanalisi nella misura in cui esso diventa anche il desiderio del paziente, come osserva P. Verheage (2004), analista ad orientamento lacaniano.

In contrasto con la psicologia dell’Io, Lacan ritiene che l’Io sia il risultato di un adattamento alienante nel tentativo del soggetto di evitare la castrazione primaria legata alla perdita della fusionalità e al necessario ingresso nell’ordine simbolico. La soggettività in questa prospettiva inoltre è vista, come osserva Kennedy (2007), come elusiva, tendente a svanire, e il soggetto, profondamente diviso e alienato, emerge attraverso l’affermazione linguistica di un desiderio che si afferma rispetto al desiderio dell’Altro.
C. Bollas (2000) nella sua personale elaborazione del modello di Winnicott ritiene che il rapporto con l’inconscio materno sia la fonte principale di influenza sul Sè e quindi che l’obbiettivo terapeutico primario consiste nell’affermazione del soggetto dal suo profondo legame con l’oggetto primario.
La rivalutazione della tecnica delle associazioni libere, sostenuta da Bollas (2002), è un’altro aspetto fondamentale del metodo freudiano nella ricerca del soggetto inconscio che presuppone una forma di intersoggettività e di comunicazione inconscia nella coppia freudiana. In questo modo l’analista, che rinuncia al proprio bisogno di dare un significato immediato al discorso manifesto, si abbandona all’ascolto inconscio della sequenza associativa in attesa di essere sorpeso dall’emergere di una verità inconscia.
Bollas (1999), come Kennedy (2007), auspica lo sviluppo di una teoria delle relazioni soggettive che presti attenzione allo scambio di due sensibilità umane che affianchi l’attuale teoria delle relazioni oggettuali che si occupa dello studio, della formazione e proiezione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto.

La relazione con l’oggetto e la mancanza dell’oggetto

Dopo i miei anni di formazione a New York, al W. A. White Institute e al Post Doctoral Program in Psychoanalysis della New York University, che ho voluto essere la più eclettica possibile, ho scoperto l’utilità dell’uso dialettico del modello winnicottiano, nell’elaborazione di Bollas, e del modello lacaniano, così come elaborato e clinicamente applicato da alcuni analisti europei che hanno integrato il pensiero lacaniano.
Entrambe i modelli si occupano della natura profondamente intersoggettiva dell’identità, del bisogno di un rapporto significativo con l’oggetto e di come il soggetto sia vulnerabile alle vicende relazionali e in balia di un’altro che in modi diversi può favorire o interferire con la realizzazione di una sua identità soggettiva distinta.

Il modello delle relazioni oggettuali insiste maggiormente sul rapporto con l’oggetto mentre la prospettiva lacaniana sulla mancanza dell’oggetto.
Uno dei vantaggi connessi all’uso di questi modelli teorici relazionali è che la diagnosi non può essere ristretta all’individuo inquanto si riconosce che l’identità ha le sue origini nel contesto intersoggettivo e quindi nel rapporto con l’altro. La diagnosi viene fatta sulla base del discorso del paziente dal quale emergono i significanti che ci orientano verso il significato personale della sintomatologia. Le domande che ci poniamo nel processo diagnostico riguardano il significato dei sintomi e il contesto intersoggettivo nel quale si sono sviluppati.
Verhaege (2004) sostiene che la diagnosi deve includere una prospettiva evolutiva, essere fondata sulla relazione primaria del soggetto con l’altro e per questo deve contenere un’indicazione terapeutica.

Il modello di Winnicott

Per Winnicott il centro di gravità dell’essere non ha inizio nell’individuo e nelle sue pulsioni ma nel rapporto con l’oggetto ed il bisogno di relazione è primario rispetto alla gratificazione pulsionale. Secondo questo modello le esperienze relazionali necessarie allo sviluppo dell’identità consistono in un adeguato rispecchiamento, una presenza non impegnativa della madre che non interferisca con il bisogno del bambino di sviluppare un rapporto con la propria spontaneità, la formazione di oggetti transizionali che permettono la graduale consapevolezza della propria separatezza e l’uso dell’aggressività, indispensabile alla nascita di una soggettività distinta e al riconoscimento della soggettività dell’altro. Senza queste condizioni e questi passi evolutivi il soggetto è destinato a perdersi in una identità compiacente che non lo rappresenta.

- Implicazioni tecniche

Secondo Winnicott (1969) la situazione analitica si presta perfettamente all’esplorazione e alla rigenerazione della soggettività. L’analista, come la madre sufficentemente buona, fornisce un contenimento, contribuisce allo sviluppo di uno spazio potenziale che trascende le identità distinte del paziente e dell’ analista e nel quale il vero Sé si sviluppa attraverso un adeguato rispecchiamento dei gesti spontanei.
La spinta regressiva della situazione analitica facilita l’emergere delle esigenze evolutive del Sé. Winnicott (1969), che vedeva nel paziente e nel processo una forte potenzialità autoriparativa, ha infatti ridimensionato l’importanza della componente intepretativa rispetto all’uso trasformativo che il paziente richiede al rapporto analitico nel senso di esperienza emozionale riparativa che colmi i bisogni evolutivi deficitari.

- Diagnosi strutturale

Secondo Bollas (2000) il disordine caratteriale va visto come un fallimento e il riflesso di un parziale arresto del Sé in rapporto all’oggetto primario. Gli stati borderline, schizoidi ed isterici si riferiscono alla struttura del Sé in rapporto all’oggetto primario che trova origine nella complessa relazione fra la madre e il bambino.
L’inconscio materno ha una profonda influenza sulla vita psichica del bambino; La madre plasma la sua identità attraverso la proiezione di fantasie e desideri influenzati anche dalla sua conflittualità inconscia. Per oggetto primario Bollas non intende semplicemente l’esperienza che il bambino ha dellla madre inquanto tale, ma considera che esso sia influenzato dall’economia di amore e odio interna al bambino. Il concetto di madre comprende le caratteristiche dello stile materno, l’influenza di fattori ambientali disturbanti ( divorzio, malattie, ospedalizzazioni etc.), le proiezioni del bambino e le caratteristiche costituzionali del Sé.
Così il soggetto isterico scinderà dal Sé la sessualità per soddisfare l’inconscia aspettativa materna che lui resti l’oggetto innocente del suo amore romantico; il perverso sarà costretto ad agire la scena perversa inconscia di cui lui è stato l’oggetto passivo; il narcisista, in un’ottica di autosufficenza, sradicherà dal Sé l’oggetto materno perchè troppo inaffidabile; lo schizoide o ossessivo si distaccherà emotivamente da un oggetto materno eccessivamente intrusivo e comincerà a studiarlo sostituendo il rapporto con la propria mente ad una emotività incontrollabile; il borderline, che vive il rapporto con l’oggetto primario come una turbolenza che invade il Sé, ricercherà nei suoi rapporti lo stesso tipo di fusionalità disturbante, mentre lo psicotico che non ha vissuto il rapporto con l’oggetto se non nella dimensione di una fusionalità senza confini sarà costretto a mortificare il bisogno e il desiderio per non essere invaso dall’altro o annullato dal proprio vuoto.

Il modello lacaniano

Lacan (1996) pur considerando che l’identità umana ha le proprie origini nel desiderio dell’Altro, inteso anche come sistema linguistico, enfatizza l’aspetto della mancanza dell’oggetto centrale allo sviluppo del soggetto desiderante.
Lacan riflette sull’alienazione e il vuoto che sta alla base della nostra identità ritenendo che il Sé che ciascuno di noi crede di essere è il risultato di una creazione sociale. In questa prospettiva risulta come l’essere umano si affanni ad essere una persona che non è per via del bisogno di relazione con altri che allo stesso modo si affannano ad essere quello che non sono. Nel processo di acquisizione linguistica la madre viene sostituita dal simbolo e l’inconscio diventa il depositario di questa perdita.

Paul Verhaege (2004), analista di ispirazione lacaniana, dimostra come Lacan è nel gioco del rocchetto che il bambino attraverso l’uso di fonemi esprime con gioia non solo la sua capacità di controllare l’assenza della madre ma sprattutto celebra la nascita di una sua soggettività distinta. La presenza e l’assenza della madre trovano una rappresentazione linguistica per cui la madre viene sostituita dal simbolo, non è persa perchè è andata via ma perchè viene definitivamente sostituita dal simbolo e d’ora in poi il soggetto dovrà usare il linguaggio per ritrovare l’oggetto mancante e sostituirlo co la propria presenza di soggetto desiderante. Nell’ottica lacaniana la soggettività non è, come per Winnicott, un potenziale innato ma il prodotto dell’acquisizione linguistica.
Alla castrazione primaria che rende il soggetto così profondamente diviso e mancante si aggiunge la legge del padre, che ha le sue origini nella capacità materna di essere separata dal figlio e di frustrare il desiderio del bambino di essere tutto per lei; questa legge diventerà la protezione principale contro il pericolo di una dissoluzione del Sé.
Secondo Verheage (2004) l’identità umana si struttura fin dal suo inizio in senso relazionale inquanto il bambino nella sua condizione di impotenza si rivolge all’altro attraverso il pianto e in questa interazione primaria il dolore somatico si trasforma in dolore psichico, acquistando una colorazione affettiva di ansia o depressione, se l’altro di cui ha bisogno non è in sintonia e non interpreta adeguatamente i suoi bisogni. L’altro, come del resto anche nel modello del “social bio-feedback of parental affective mirroring” proposto da Fonagy (2002), si occupa quindi del primo livello di formazione dell’identità, del contenimento e della trasformazione simbolica dell’impulso istintuale.
Il fondamento dell’identità si basa sull’immagine presentata dall’altro che con i suoi significanti si occupa di contenere la dimensione reale dell’impulso che garantisce al soggetto, con la sua intensità che comunque non potrà mai essere del tutto soddisfatta dal simbolico, di non perdersi eccessivamente nel necessario desiderio dell’altro. In altre parole, secondo questo modello, l’identità psichica si sviluppa nel rapporto fra la pulsionalità del soggetto e il desiderio dell’altro in un continuo processo di alienazione e separazione. Questa relazione primaria, definita dai lacaniani, fantasia fondamentale, e simile al rapporto con l’oggetto primario proposto da Bollas, costituisce l’essenza del carattere individuale e diventerà l’oggetto di interesse analitico nella ripetizione transferale.
Una sicura base di alienazione/attaccamento al desiderio dell’altro è la condizione necessaria per una eventuale possibile separazione.

L’ingrediente necessario allo sviluppo di una identità soggettivamente riuscita è che il soggetto nascente si senta oggetto della vitalità desiderante dell’altro.

- Implicazioni tecniche

Mentre Winnicott sviluppa un metodo che favorisce il rivivere regressivo della situazione infantile danneggiante e il contenimento del soggetto, Lacan sviluppa una tecnica terapeutica che fa riferimento alla funzione paterna di creare una rottura con il materno per favorire l’emergenza di una identità distinta.
Lacan (1996) sostiene che l’ansia è la conseguenza di una mancanza non sufficentemente elaborata ed espressione del rischio che il soggetto possa perdersi nella dimensione materna, un allarme contro il pericolo ben maggiore di una dissoluzione del Sé: l’ansia è conseguenza della mancanza di una mancanza.
La tendenza all’ascolto empatico può, in questa prospettiva, interferire con la necessità di un ascolto del soggetto potenziale nel paziente che può avvenire solo nella misura in cui l’analista riesce a rimanere nella posizione di un’altro desiderato ma irraggiungibile. Questa tecnica supporta un modello di transfert per astinenza allo scopo di mobilitare nel paziente una domanda che lui stesso potrà riconoscere come espressione di un suo desiderio, motore indispensabile allo sviluppo della sua soggettività indipendente.

- Diagnosi strutturale

Il criterio fondamentale in questo modello consiste nel rapporto del soggetto con il desiderio. La fase iniziale di attaccamento alienante al desiderio dell’altro può essere insufficente o eccessiva, nel primo caso il soggetto non trova un adeguato attaccamento all’altro e non può quindi permettersi di perderlo o di perdere l’identità che gli è stata attribuita. La separazione comporta in questo caso una reazione di ansia di abbandono che prenderà forme diverse a seconda della gravità come: ansia di tipo traumatico, somatizzazioni o lo sviluppo di un’identità compiacente.
Se l’alienazione è eccessiva il soggetto, soffocato da un amore che lo ivade impedendogli la formazione di un desiderio indipendente, verrà ridotto ad oggetto passivo del desiderio materno ed entrerà in una logica difensiva di autonomia esasperata che neutralizzerà tutto quello che proviene dall’altro.
L’ansia di abbandono sarà prevalente nella patologia attuale o nella psicopatotolgia isterica, mentre l’ansia di invasione sarà prevalente nella nevrosi ossessiva o nei disturbi alimentari.
Secondo Fink (1997) la psicopatologia può essere compresa come una strategia del soggetto per negare la separazione dall’altro e la propria fondamentale divisione.

Il soggetto isterico ricercherà la fusionalità mettendosi nella posizione di rappresentare il desiderio dell’altro e per paura di perdere l’amore oggettuale manterrà se stesso e l’altro nella insoddisfazione rifiutando il piacere. Il soggetto ossessivo, a differenza dell’isterico che sacrifica se stesso, negherà la separatezza sacrificando l’oggetto, negando la sua alterità cercherà di trasformarlo in estensione del Sé mettendosi in questo modo in una logica di desiderio impossibile.
Paul Verhaege (2004) fa un’ importante distizione diagnostica fra patologia attuale e psicopatologia. La struttura attuale del soggetto è la conseguenza della impossibilità del soggetto di tradurre l’eccitamento somatico in rappresentazioni psicologiche, nel sistema secondario di cui parla Fonagy (2002), e il fallimento dell’altro nella realizzazione di questo fondamentale passaggio evolutivo è confermata dalla frequente impossibilità di separazione. L’ansia traumatica testimonia la fallita realizzazione di una identità distinta: “E’ l’altro che si separa da me e mi lascia in uno stato di ansia intollerabile”.
L’espansione del Sé in un contesto relazionale di contenimento e rispecchiamento adeguati è l’ingrediente terapeutico principale nel trattamento di queste patologie.
Quando la soggettività si sviluppa ulteriormente abbiamo a che fare con i disturbi psicopatologici e la formazione di sintomi densi di significato, assenti nella patologia attuale. Il soggetto in questo caso ha integrato al pulsionalità in senso edipico ma produrrà, come nel caso delle nevrosi isterica ed ossessiva, sintomi di inibizione conseguenti all’esperienza soggettiva di non essersi sentiti sufficentemente desiderati dall’oggetto o di essere stati amati eccessivamente.

La posizione del soggetto in rapporto all’ansia, il senso di colpa e la depressione

Verheage (2004) considera ansia, senso di colpa e depressione come stati affettivi legati al processo di acquisizione o perdita dell’identità. L’ansia, implicitamente legata ad una carente o eccessiva risposta dell’altro, può essere gestita attraverso l’attribuzione di colpa all’altro nella illusione che essa avrebbe potuto essere evitata mentre, nella sua essenza l’ansia è legata al reale della pulsione ed è inevitabile perchè conseguenza dello stato di impotenza preverbale originaria.
La depressione, che non implica una struttura psicopatologica, è un fenomeno chiave della formazione dell’identità considerata un processo di de-identificazione necessario rispetto all’identificazione iniziale con il desiderio dell’altro che colma il vuoto originario. Nella depressione il vuoto riemerge svuotando di significato l’esistenza in contrasto con la pienezza dell’entusiasmo.
Attraverso la radicale messa in discussione delle origini alienanti dell’identità, il soggetto depresso, che si sente non desiderato ed incapace di desiderio, cerca un’identità a lui più adeguata.

Per Kirshner (2004) la depressione è la conseguenza della rottura della relazione fra il Sé e il mondo oggettuale e il senso di colpa non sarebbe la causa depressiva ma un tentativo del soggetto, attraverso un’accusa, di mantenere un legame col mondo oggettuale ed evitare di sprofondare nel vuoto dell’esistenza preverbale e pre-soggettiva.

La centralità dei conflitti isterico, ossessivo e narcisistico

In questi anni di esperienza clinica, anche grazie alla efficacia degli strumenti metapsicologici usati, ho esplorato la centralità dei conflitti isterico, ossessivo e narcisistico che sembrano essere trasversali a tutte le categorie diagnostiche e non solo pertinenti ai pazienti che strutturalmente possono essere definitiisterici, ossessivi o narcisistici. Questi conflitti sembrano avere una natura universale inquanto impliciti nel processo di acquisizione dell’identità che coinvolge necessariamente il rapporto del soggetto con l’altro primario, con la pulsione e il corpo.

Il conflitto isterico

Nell’analisi comparativa del modello delle relazioni oggettuali e quello lacaniano emerge una convergenza e una diversità di prospettive clinicamente utile che rende questi due modelli complementari.
Per quanto riguarda il conflitto isterico entrambe i modelli enfatizzano il fallimento dell’altro nel garantire al soggetto i significanti adeguati al contenimento e alla trasformazione simbolica della dimensione pulsionale che diventa in questo modo traumatizzante per il Sé. Senza questa integrazione il soggetto teme di essere travolto dalla propia intensità pulsionale, la sua identità rimarrà per questo indebolita e si sentitrà in una posizione di dipendenza infantile nei confronti di un’altro che teme di deludere.

- Il modello lacaniano

E’ il primo altro materno, secondo Verhaege (2004), ad interpretare la domanda proveniente dall’istinto che inevitabilmente si mescolerà al suo desiderio. Dalla sua prospettiva soggettiva una madre depressa, influenzata dalla propria conflittualità, potrebbe interpretare, ad esempio, il pianto del bambino come prova della propria inadeguatezza deprivandolo dell’esperienza di sentirsi l’oggetto della sua vitalità desiderante. Ma anche nel caso di una madre “sufficentemente buona” la risposta materna sarà inevitabilmente insufficente a contenere il reale della pulsione e il desiderio del bambino di essere tutto per lei.

Questo fallimento costituisce il primo importante elemento della formazione di una identità distinta: “Se non sono tutto per la madre, chi sono?”.
Il fatto che la madre rivolga il proprio desiderio al padre è di vitale importanza perchè rompendo il legame di dipendenza introduce il soggetto nella dialettica del desiderio fra due altri di genere sessuale differente.
L’ansia originale, più vicina al reale della pulsione, diverrà ansia di segnale in rapporto all’emergere della pulsione e al timore di non poterla contenere adeguatamente nei termini fallici. Il soggetto isterico, nel proprio immaginario, si sente profondamente insufficente nei confronti del desiderio dell’altro, teme di fallire e di perdere il suo amore. L’ansia di abbandono è prevalente.
L’identificazione con il desiderio dell’altro è l’aspetto centale dell’isteria; il soggetto cercherà attraverso questa identificazione di trovare l’ancoraggio al desiderio dell’altro che gli è mancato nel passato e che è indispensabile allo sviluppo della sua identità.
Per questo motivo strutturale l’isterico, che si identifica con il desiderio fallico dell’altro, è accusato di ipererotizzare l’ambiente ed in particolare la scena analitica, ma sceglie il desiderio insoddisfatto ritenedo che il piacere comporti la perdita dell’amore oggettuale.
L’isterico incapace di un’esistenza separata sacrifica il Sè all’altro, a differenza dell’ossessivo che sacrifica l’oggetto, e la depressione isterica rappresenta lo sconforto del soggetto derivante dalla sua incapacità di accedere alla dimensione di una mancanza tollerabile e della realizzazione del proprio desiderio.
La preoccupazione primaria rimane comunque quella di evitare la dimensione pulsionale, vissuta come incontenibile e che lo esporrà inevitabilmente alla ripetizione dell’originario fallimento dell’altro e al proprio vissuto di abbandono.
L’isterico usa le parole per trascinare l’altro nella propria scena inconscia nella speranza che possa essere vista e parlata e l’analista dovrà stare nella non semplice posizione di quello che inevitabilmente fallisce ma che deve riuscire, a differenza dell’altro primario, a portare il soggetto nell’universo sessuato trasformando la pulsione in desiderio soggettivamente esprimibile.

- Il modello delle relazioni oggettuali

Anche Bollas (2000) sostiene che la pulsionalità può avere un effetto traumatico sul Sé e descrive la lotta dell’isterico per proteggere il Sé infantile dalla pulsionalità che arriva come una turbolenza inaspettata che sconvolge definitivamente la sua innocenza.
Bollas (2000) identifica la causa dell’isteria nel fallimento dell’oggetto primario a contenere adeguatamente la pulsione e sostiene che l’amore materno, intenso e romantico, va a discapito del corpo sessuato e dei genitali lasciando il bambino nell’impossibilità di integrare nel Sé la sessualità: “Sarò per sempre il tuo bambino innocente, quello che tu ami nel tuo modo immaginario”.

In conseguenza dell’identificazione con il desiderio materno l’isterico sviluppa un’indifferenza nei confronti del corpo e si lega all’oggetto materno a discapito della sua esistenza nel mondo esterno sessuato e dello sviluppo di un’identità adulta. Gli altri del mondo esterno sono odiati ed invidiati per la loro capacità di affermare un’identità basata su un desiderio autentico e radicato in un corpo virile o femminile.
La scissione è la soluzione adottata dall’isterico per rendere possibile la coesistenza di un atteggiamento ascetico e la sessualità spesso di tipo promiscuo. L’autoerotismo, che non comporta un definitivo ingresso nel mondo adulto, è il prezzo che l’isterico paga per ottenere l’amore dell’oggetto primario, per cui con la rinuncia all’invito dell’altro sessuato si mantiene nello spazio psichico infantile.
Sempre secondo Bollas (2000) l’analisi nel transfert della struttura isterica e del conflitto inconscio comporta per il soggetto la consapevolezza di come la sua esistenza, sostanzialmente autoerotica, tenda a distruggere la potenzialità insita al rapporto analitico di un cambiamento profondo. La sfida terapeutica dipende dalla capacità dell’analista di cerare quello spazio, prima nel proprio mondo interno e poi nel rapporto, affinchè il desiderio possa essere riconosciuto e parlato diversamente da quanto è avvenuto nel rapporto con l’oggetto primario materno che irrigidendosi ha paralizzato l’espansione sessuata dell’identità del soggetto.

Il conflitto ossessivo

L’ansia di abbandono e la sensazione di essere l’oggetto patetico dell’amore materno sono le sensazioni dominanti dell’esperienza soggettiva dell’isterico mentre l’ossessivo, che vive nell’ansia di essere invaso dall’altro e dominato da un desiderio che si impone come se venisse dall’esterno, è pervaso da un senso di superiorità in conseguenza dell’essere stato messo, suo malgrado, nella posizione privilegiata di essere tutto per madre. Da questa posizione egli difficilmente riuscirà a liberarsi se non affermando un desiderio che certamente potrà riconoscere come suo.

- La prospettiva lacaniana

Verhaege (2004) ritiene che la tendenza verso l’autonomia sia il tratto caratteriale dominante del soggetto ossessivo, indice che la prima fase di formazione dell’identità, caratterizzata dalla prevalenza alienante dell’identificazione con il desiderio dell’altro, è stata più che adeguatamente realizzata. Infatti, sopraffatto dall’altro e dalle sue aspettative invasive pensa di dovere dare il massimo per contenere la mancanza altrui: “Se lavoro duramente per soddisfare i tuoi desideri e colmare la tua infelicità forse riuscirò a liberarmi di te e ad avere lo spazio di cui ho così bisogno per conoscere il mio desiderio e capire chi sono !”

S. Leclaire (1971) osserva come l’ossessivo sia profondamente condizionato dalla nostalgia di una felicità indicibile legata all’esperienza di essere stato così amato, l’oggetto privilegiato dell’amore materno e di avere condiviso con lei una fusionalità perfetta. L’ossessivo, precocemente esposto alla consapevolezza che la madre lo preferiva al padre, è stato catturato dall’insoddisfazione materna che si è imposta a lui deprivandolo della necessaria separazione.
Per questo motivo, secondo Lacan (1996), desidera un desiderio impossibile che attraverso il fallimento lo preserva dal pericolo di una dissoluzione del Sé nello spazio materno.
J. Dor (1999) ritiene che la passività nei confronti del piacere sessuale è una caratteristica del soggetto ossessivo che non riesce ad affermare attivamente il proprio desiderio attratto dalla posizione passiva di essere tutto per l’altro, il fallo materno.
Per quanto riguarda la qualità delle sue relazioni oggettuali, l’ossessivo è assolutamente incapace di tollerare la perdità e, così come è incline ad essere tutto per l’altro, si aspetterà una simile dedizione controllando dispoticamente l’oggetto del suo amore nel timore di perderlo. L’ossessivo è disturbato dalla consapevolezza che l’altro abbia una sua soggettività indipendente, che desideri altro, e farà di tutto per neutralizzarlo creando per lui una prigione d’oro: “Se l’altro non desidera posso rilassarmi perchè il mio desiderio è sempre e solo il desiderio dell’altro e da esso mi devo liberare”. Non c’è niente di più insostenibile, per l’ossessivo, di una donna capace di vivere e perseguire un proprio desiderio. Quindi, mentre l’isterico sacrifica se stesso all’altro, l’ossessivo è costretto a sacrificare l’oggetto.
Nella relazione analitica il soggetto ossessivo cercherà di neutralizzare le aspettative dell’analista di un incontro affettivamente significativo, coinvolgendolo, suo malgrado, nella parziale ed inevitabile ripetizione di un rapporto con un’altro che, per via della propria difensività razionalizzante, è destinato a diventare, come l’oggetto primario, un altro invasivo. L’aspetto terapeutico è legato alla possibilità che l’ossessivo, rassicurato dalla capacità dell’analista di riflettere sulla propria partecipazione invasiva, possa correre il rischio di avere bisogno senza sentirsi invaso.

- Il modello delle relazioni oggettuali

Bollas (2000) sostiene che il soggetto ossessivo, definito da lui come schizoide, vive la madre come pesantemente intrusiva, adotta il distacco come soluzione difensiva e, rifugiandosi nella propria mente, la studia trasformando lo spazio relazionale fra loro in un laboratorio all’interno del quale ogni esperienza vissuta viene ripetutamente scrutinata dal Sé che assume il ruolo dello scienziato. Come uno scrittore che ha un’intensa relazione con i personaggi del suo racconto ma una vita relazionale povera, sostituisce il pensiero ad una vita affettivamente vissuta per il timore di arrendersi all’altro.
Il rapporto analitico può trasformarsi in una collusione: nel transfert l’ossessivo cecherà di sedurre l’analista usando l’esplorazione della mente come fine in se stesso nel tentativo di evitare lo sviluppo di una effettiva collaborazione psichica fra i due.

Il conflitto narcisistico

Neville Symington (1993) sostiene che i modelli psicoanalitici della mente sono inadeguati a spiegare il narcisismo e che per questo motivo, anche dopo una prolungata esperienza analitica, molti pazienti matengono una vulnerabità narcisistica e la loro struttura rimane non analizzata.
Il tema del narcisismo ci porta all’essenza del processo di formazione dell’identità che origina nella dimensione intersoggettiva, nel rapporto con altri dai quali siamo continuamente influenzati. La comunicazione inconscia che ci tiene costantemente immersi nella realtà oggettuale avviene attraverso un continuo processo di proiezione e introiezione, di emozioni, stati affettivi, parti del Sé che vengono scambiati in una dimensione di reciproca influenza. L’odio per questa inevitabile relazionalità del Sé è la caratteristica centrale del soggetto narcisista.
Symington (1993) sostiene che il narcisismo debba essere inteso come una reazione del soggetto ad una situazione traumatica infantile ma che la causa non sta nel trauma ma nella risposta dell’individuo ad esso. Il soggetto reagisce al trauma rifiutandosi di rapportarsi alla propria vitalità come unico modo per evitare di esporsi alla dolorosa relazione di dipendenza da un’altro vissuto come profondamente deludente.
Il narcisista è un individuo costretto dalle deprivazioni ad un precoce sviluppo adulto che presuppone il rifiuto del Sé infantile. Da questa posizione di pseudo maturità autosufficente è difficile uscire perchè è diventata uno stile di vita pervasivo sostenuto dal rifiuto di ogni possibile conoscenza introspettiva che inevitabilmente porterebbe al riconoscimento del proprio bisogno relazionale. Anche Fonagy (2000) osserva che il bambino può difensivamente sospendere la propria capacita mentalizzante.

Questo distacco dall’oggetto vitale interno espone il soggetto, che si rifugia in una dimensione di autosufficenza, al pericolo di uno svuotamento della propria personalità che lo espone ad un senso di morte e che va contrastata attraverso strategie varie come l’iperattività ed l’erotizzazione del Sé. Il problema principale del narcisista, che ha rifiutato il rapporto generativo con il proprio centro vitale, è appunto quello di come rapportarsi al mondo esterno cercando di nascondere il distacco con una sua autenticità costruita. La manipolazione dei rapporti usata per mantenere un minimo ed irrinunciabile contatto con gli altri produrrà un continuo senso di colpa che il narcisista che cercherà di mitigare attraverso la continua ricerca di ammirazione.
Il ripudio della tendenza relazionale non sarà mai totale ma prenderà, nel mondo interno, la forma di una scissione fra una parte bisognosa, che ricerca disperatamente un contatto emotivo, ed una parte cinica e negativa che detesta questo umiliante bisogno di altri considerati inevitabilmente inaffidabili.
Molti autori contemporanei (Mitchell, 1991; Bromberg, 1993; Ogden, 1994) condividono la visione di un Sé molteplice, costituito da parti, immagini del Sé e dell’altro introiettate, oggetti interni compensatori, che funzionano al di là della nostra consapevolezza e che possono invadere la nostra personalità togliendoci il controllo del nostro destino. Symington (1993) ritiene che l’ostacolo principale alla consapevolezza del narcisismo stia nel riconoscimento della nostra molteplicità che quando riconosciuta ci espone a profonde reazioni di vergogna e vulnerabilità. Si ritiene del resto che la componente distruttiva di un tratto caratteriale sia prevalentemente legato al suo non riconoscimento, Se il narcisismo consiste in una scelta dell’Io all’ora si presume anche la possibilità di un suo superamento. L’obbiettivo principale del trattamento è che il soggetto diventi consapevole della propria negatività e che reagisca ad essa anche grazie al contenimento del rapporto analitico vissuto come esperienza alternativa e affettivamente credibile. L’uscita dal narcisismo comporta sia il rischio insito nel riconscimento dell’altro e del proprio bisogno disatteso che la messa in discussione di una modalità di vita profondamente radicata e rafforzata dalla mancanza di esperienze relazionali di sostegno allo sviluppo del Sé.
La non disponibilità dell’oggetto primario verso l’intensità del bambino viene introiettata come negazione dei propri bisogni e questo costituisce una sfida all’incontro terapeutico. La richiesta iniziale del narcisista è limitata ad un sostegno del suo sistema di autosufficenza e condizionata dal suo rifiuto di immergersi in una relazione personale.

L’atteggiamento analitico classico di ascolto neutrale può colludere con il distacco narcisistico mentre una posizione analitica più vitale è necessaria alla eplorazioni delle parti scisse del Sé che altrimenti rimarrebbero non raggiunte.

Considerazioni conclusive

Una paziente isterica, per via della sua impossibilità a parlare nel transfert e nella vita, la sua identità sessuata, cade in uno stato psichico di rancore e durante una seduta, da me confrontata, finalmente dice: “sono arrabbiata perchè tu, come mia madre, non vuoi vedere la mia forza e non vuoi esporti al rischio di parlare l’amore e il desiderio… perchè non mi sento l’oggetto del tuo amore…allora ti sottopongo (aveva saltato alcune sedute) alla stessa sofferenza finchè non vedrò in te chiaramente il risultato della deprivazione…solo allora farò retromarcia!”.
Un paziente ossessivo, dopo essere riuscito a farsi lasciare da una donna dalla quale era fortemente attratto e corrisposto, per averla ingolfata con il proprio bisogno e spaventata attraverso un atteggiamento controllante, dice: ” avvertivo eccessivamente la sua mancanza…non riuscivo ad apprezzare il suo amore perché temevo di perderla o che lei si sarebbe stancata di me”.
Un paziente narcisista parlando di sé, in una fase avanzata del trattamento, dice: “mi sento come un extraterrestre che osserva la vita degli umani…li giudico, li disprezzo ma li invidio profondamente. Sono stanco di sforzarmi, vorrei che tutto fosse più naturale… la mia vita non mi appartiene, è tutto un arrabattarsi per riempire gli spazi vuoti…vorrei tanto esserci ma nel mondo reale mi sento troppo abbandonato e gli altri hanno qualcosa che a me manca…sono tutti più vivi di me”.
Queste affermazioni ci permettono di entrare direttamente nel vissuto dei soggetti che vivono i conflitti isterico, ossessivo e narcisistico.
Il soggetto isterico trascina l’analista nella sua scena inconscia alla ricerca di quella completezza che non riesce a raggiungere per la mancanza di un radicamento sicuro nel desiderio dell’altro. Senza questo attaccamento positivo l’insoddisfazione e il rancore invadono la sua vita impedendogli di espandere la propria identità nella direzione voluta.
L’ossessivo, troppo preoccupato dalla mancanza e dalla possibilità di finire in una posizione passiva nei confronti dell’altro, sabota la propria felicità rendendo impossibile la realizzazione del suo desiderio, consapevole in parte di non avere ancora i mezzi per sostenere la dimensione edipica e rapportarsi attivamente al piacere.

Il narcisista riflette finalmente sulla propria condizione di isolamento, sulle conseguenze del distacco dalla sua vitalità e sullo sforzo che ha dovuto costantemente sostenere per mantenere l’apparenza di una sua partecipazione autentica.
Emergono nel discorso di questi pazienti i punti fragili attorno ai quali il loro sviluppo si è bloccato e diventa esplicito, nel qui ed ora del rapporto transferale, come essi siano la conseguenza del contesto intersoggettivo originario.
Nell’isterico la mancanza di rispecchiamento dell’intensità sessuata ha prodotto una paralisi ed il soggetto si è bloccato in una posizione di desiderio insoddisfatto e di rancore verso l’altro in un’aspettativa di risarcimento.
L’ossessivo lotta per affermarsi dal rapporto duale invasivo con l’oggetto primario attraverso la realizzazione di un desiderio possibile ed impara dai propri fallimenti a rapportarsi attivamente al desiderio e ad abbandonare le modalità ingolfanti e le nostalgie incestuose.
Così il narcisista riflette sulla propria condizione vitale cercando attraverso questa sofferta consapevolezza l’uscita dal proprio isolamento e riconoscendo il suo contributo alla propria infelicità.
Il conflitto di questi pazienti si struttura sulla base del loro legame con l’oggetto primario che abbandona, invade o delude come unica possibile alternativa alla deprivazione dei requisiti indispensabili allo sviluppo della loro identità, ma appare chiaro, attraverso questi modelli interpretativi, come il soggetto non debba essere esonerato, considerato solo vittima di circostanze sfavorevoli, ma anche attore nel conflitto e nel legame con l’oggetto primario che è anche una sua creazione. Questo legame potrà essere superato attraverso l’esternalizzazione del conflitto in un contesto relazionale che gli offra quella possibilità emozionale riparativa di cui ha bisogno.
Questi conflitti, inoltre, anche nel caso in cui non si strutturino in una psicopatologia, vanno considerati come dimensioni universali attorno alle quali l’identità soggettiva troverà una propria realizzazione. Il conflitto isterico può essere visto come parte normale dello sviluppo identitario inquanto coinvolge il soggetto nel difficile compito di integare nel rapporto con l’altro primario la pulsione sessuale.
Il conflitto ossessivo fa riferimento alla necessaria alienazione nel desiderio dell’altro che costituisce la prima base dell’identità e dalla quale il soggetto dovrà affermarsi integrando la pulsionalità ed affermando un proprio desiderio.
Mentre il conflitto narcisistico fa riferimento alla dimensione di dipendenza del soggetto dal suo ambiente relazionale e agli inevitabili fallimenti che, se non gravi al punto da spingerlo all’isolamento, costituiscono comunque una spinta necessaria all’individuazione del soggetto.

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