Il metodo psicoanalitico nella prospettiva relazionale di Christopher Bollas

15 agosto 2013 » In: La psicoanalisi relazionale » Leave a comment

 

Ogni scuola psicoanalitica fornisce una prospettiva teorica che diventa oggetto analitico e costituisce il destino del rapporto terapeutico e lo sviluppo del Sé del paziente dipende dagli oggetti analitici che siamo in grado di presentare. Il compito dell’analista contemporaneo è di comprendere la molteplicità delle scuole in quanto ognuna rappresenta una funzione da includere nello spazio analitico ed indispensabile all’espansione e alla trasformazione del Sé del paziente.
La tecnica analitica muta a seconda della realtà emotiva della seduta e cosi’ l’atteggiamento analitico puo’ variare da una posizione classica, che mantiene la cornice, i confini, rispetta il valore del silenzio e dell’ascolto, per diventare interpretativa, facilitante, supportiva, celebrativa, reciprocamente giocosa o controtransferalmente confrontativa. Tutte queste modalità assieme costituiscono il cuore del processo analitico. 
Il processo analitico è costituito di due elementi opposti: una procedura di decostruzione, per cui attraverso le associazioni libere si ricerca il testo sotterraneo ed un processo elaborativo per cui attraverso il tranfert il paziente fa un uso dello psicoanalista e del rapporto per la ricostruzione del mondo oggettuale interno all’interno del rapporto.
In quanto oggetto del tranfert l’analista è recettivo piuttosto che analitico.
Il processo decostruttivo, che mira alla ricerca del significato e di una nuova verità che emerge, e la elaborazione del Sé attraverso il transfert sono due aspetti complementari del processo analitico, il primo fa riferimento al bisogno di sapere e il secondo alla spinta a diventare ed ovviamente non si escludono.
Lo spazio analitico può essere usato difensivamente, in questo caso l’analista e’ trattato come un supervisore, e la componente proiettiva prevale sull’uso dell’oggetto e del rapporto a fini trasformativi del Se.
Le teorie si evolvono ma il potere evocativo del metodo psicoanalitico, della tecnica, non cambia.
La teoria freudiana adotta il padre come oggetto primario con l’obbligo di associare liberamente per trasformare l’ordine visivo, immaginario, delle scene inconsce in parole introducendo la legge del padre. Il metodo trasporta il paziente da una dimensione materna fusionale ad una paterna di soggetto che parla.
L’analista nella posizione di attenzione fluttuante si immerge in una dimensione materna di ascolto per immagini della comunicazione inconscia, mentre attraverso l’interpretazione riassume la posizione paterna di analista interprete (Bion, il contenitore che trasforma; Winnicott: la non intrusività nell’attesa del vero Sé).
Il lavoro terapeutico consiste nel favorire la transizione da un uso conservativo o terminale dell’oggetto ad un uso trasformazionale.
Da qui l’importanza della relazione, che in Freud veniva data per scontata, intesa ora come elemento facilitante, il setting terapeutico come madre ambiente piuttosto che madre oggetto.
L’oggetto conservativo è uno stato psichico conservato intatto nella mente che resiste alla simbolizzazione, non facilmente trasformabile nell’ordine simbolico e consiste nel rivivere stati mentali del passato senza contenuti mentali e viene inevitabilmente percepito nel controtransfert. L’analista tenta una traduzione attraverso l’uso della propria soggettività ponendosi come oggetto trasformativo gestendo il proprio vissuto di incapacità a pensare e produrre nuove idee.
Winnicott parla di ambiente generativo, facilitante allo sviluppo di un Sè autentico o di ambiente traumatizzante che limita lo sviluppo psichico per cui il Sé si restringe in uno stato psichico interno. L’esperienza del mondo esterno viene devitalizzata.
La psicoanalisi è intrappolata tra approcci interpretativi e contenitivi ma nella realtà clinica è importante muoversi fra entrambe, fra ascolto e interpretazione.
Ci sono delle controversie teoriche sul’eziologia del disturbo psichico, se di origine traumatica, per cui lo scopo del trattamento è visto come una seconda opportunità riparativa, o se l’origine sia intrapsichica, legata ad un conflitto per cui l’elemento veramente curativo diventa la comprensione e si privilegia l’intepretazione al contenimento. Nel conflitto intrapsichico la fonte del pericolo sta nella accresciuta tensione istintuale che non può essere adeguatamente contenuta dall’Io, per cui l’interpretazione estende il controllo razionale e cura. Se l’origine del disturbo è relazionale sarà la componente del rapporto e l’aspetto protettivo del setting a fornire l’elemento curativo (già Ferenczi sosteneva l’effetto devastante delle esperienze affettive relazionali). In realtà non esiste una dicotomia radicale fra i modelli del deficit di sviluppo basato su un conflitto relazionale e quelli che fanno risalire la psicopatologia al conflitto intrapsichico di tipo pulsionale.
Conflitto e deficit sono due modi complementari di guardare allo stesso fenomeno.

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