La centralità dei conflitti isterico, ossessivo e narcisistico: analisi comparativa fra il modello lacaniano e delle relazioni oggettuali

15 agosto 2013 » In: Uso dialettico dei modelli » Leave a comment

 

Il conflitto e la struttura isterica

In questi anni di esperienza clinica, anche grazie alla efficacia degli strumenti metapsicologici usati, ho esplorato la centralità dei conflitti isterico, ossessivo e narcisistico che sembrano essere trasversali a tutte le categorie diagnostiche e non solo pertinenti ai pazienti che strutturalmente possono essere definiti isterici, ossessivi o narcisistici. Questi conflitti sembrano avere una natura universale inquanto impliciti nel processo di acquisizione dell’identità che coinvolge necessariamente il rapporto del soggetto con l’altro primario, con la pulsione e il corpo.
Nell’analisi comparativa del modello delle relazioni oggettuali e quello lacaniano emerge una convergenza e una diversità di prospettive clinicamente utile che rende questi due modelli complementari. 
Per quanto riguarda il conflitto isterico entrambe i modelli enfatizzano il fallimento dell’altro nel garantire al soggetto i significanti adeguati al contenimento e alla trasformazione simbolica della dimensione pulsionale che diventa in questo modo traumatizzante per il Sé. Senza questa integrazione il soggetto teme di essere travolto dalla propia intensità pulsionale, la sua identità rimarrà per questo indebolita e si sentitrà in una posizione di dipendenza infantile nei confronti di un’altro che teme di deludere.

- Il modello lacaniano

E’ il primo altro materno, secondo Verhaege (2004), ad interpretare la domanda proveniente dall’istinto che inevitabilmente si mescolerà al suo desiderio. Dalla sua prospettiva soggettiva una madre depressa, influenzata dalla propria conflittualità, potrebbe interpretare, ad esempio, il pianto del bambino come prova della propria inadeguatezza deprivandolo dell’esperienza di sentirsi l’oggetto della sua vitalità desiderante. Ma anche nel caso di una madre “sufficentemente buona” la risposta materna sarà inevitabilmente insufficente a contenere il reale della pulsione e il desiderio del bambino di essere tutto per lei. Questo fallimento costituisce il primo importante elemento della formazione di una identità distinta: “Se non sono tutto per la madre, chi sono?”.
Il fatto che la madre rivolga il proprio desiderio al padre è di vitale importanza perchè rompendo il legame di dipendenza introduce il soggetto nella dialettica del desiderio fra due altri di genere sessuale differente.
L’ansia originale, più vicina al reale della pulsione, diverrà ansia di segnale in rapporto all’emergere della pulsione e al timore di non poterla contenere adeguatamente nei termini fallici. Il soggetto isterico, nel proprio immaginario, si sente profondamente insufficente nei confronti del desiderio dell’altro, teme di fallire e di perdere il suo amore. L’ansia di abbandono è prevalente.
L’identificazione con il desiderio dell’altro è l’aspetto centale dell’isteria; il soggetto cercherà attraverso questa identificazione di trovare l’ancoraggio al desiderio dell’altro che gli è mancato nel passato e che è indispensabile allo sviluppo della sua identità.
Per questo motivo strutturale l’isterico, che si identifica con il desiderio fallico dell’altro, è accusato di ipererotizzare l’ambiente ed in particolare la scena analitica, ma sceglie il desiderio insoddisfatto ritenedo che il piacere comporti la perdita dell’amore oggettuale.
L’isterico incapace di un’esistenza separata sacrifica il Sè all’altro, a differenza dell’ossessivo che sacrifica l’oggetto, e la depressione isterica rappresenta lo sconforto del soggetto derivante dalla sua incapacità di accedere alla dimensione di una mancanza tollerabile e della realizzazione del proprio desiderio.
La preoccupazione primaria rimane comunque quella di evitare la dimensione pulsionale, vissuta come incontenibile e che lo esporrà inevitabilmente alla ripetizione dell’originario fallimento dell’altro e al proprio vissuto di abbandono.
L’isterico usa le parole per trascinare l’altro nella propria scena inconscia nella speranza che possa essere vista e parlata e l’analista dovrà stare nella non semplice posizione di quello che inevitabilmente fallisce ma che deve riuscire, a differenza dell’altro primario, a portare il soggetto nell’universo sessuato trasformando la pulsione in desiderio soggettivamente esprimibile.

- Il modello delle relazioni oggettuali

Anche Bollas (2000) sostiene che la pulsionalità può avere un effetto traumatico sul Sé e descrive la lotta dell’isterico per proteggere il Sé infantile dalla pulsionalità che arriva come una turbolenza inaspettata che sconvolge definitivamente la sua innocenza.
Bollas (2000) identifica la causa dell’isteria nel fallimento dell’oggetto primario a contenere adeguatamente la pulsione e sostiene che l’amore materno, intenso e romantico, va a discapito del corpo sessuato e dei genitali lasciando il bambino nell’impossibilità di integrare nel Sé la sessualità: “Sarò per sempre il tuo bambino innocente, quello che tu ami nel tuo modo immaginario”.
In conseguenza dell’identificazione con il desiderio materno l’isterico sviluppa un’indifferenza nei confronti del corpo e si lega all’oggetto materno a discapito della sua esistenza nel mondo esterno sessuato e dello sviluppo di un’identità adulta. Gli altri del mondo esterno sono odiati ed invidiati per la loro capacità di affermare un’identità basata su un desiderio autentico e radicato in un corpo virile o femminile.
La scissione è la soluzione adottata dall’isterico per rendere possibile la coesistenza di un atteggiamento ascetico e la sessualità spesso di tipo promiscuo. L’autoerotismo, che non comporta un definitivo ingresso nel mondo adulto, è il prezzo che l’isterico paga per ottenere l’amore dell’oggetto primario, per cui con la rinuncia all’invito dell’altro sessuato si mantiene nello spazio psichico infantile.
Sempre secondo Bollas (2000) l’analisi nel transfert della struttura isterica e del conflitto inconscio comporta per il soggetto la consapevolezza di come la sua esistenza, sostanzialmente autoerotica, tenda a distruggere la potenzialità insita al rapporto analitico di un cambiamento profondo. La sfida terapeutica dipende dalla capacità dell’analista di cerare quello spazio, prima nel proprio mondo interno e poi nel rapporto, affinchè il desiderio possa essere riconosciuto e parlato diversamente da quanto è avvenuto nel rapporto con l’oggetto primario materno che irrigidendosi ha paralizzato l’espansione sessuata dell’identità del soggetto.

Il conflitto e la stuttura ossessiva

L’ansia di abbandono e la sensazione di essere l’oggetto patetico dell’amore materno sono le sensazioni dominanti dell’esperienza soggettiva dell’isterico mentre l’ossessivo, che vive nell’ansia di essere invaso dall’altro e dominato da un desiderio che si impone come se venisse dall’esterno, è pervaso da un senso di superiorità in conseguenza dell’essere stato messo, suo malgrado, nella posizione privilegiata di essere tutto per madre. Da questa posizione egli difficilmente riuscirà a liberarsi se non affermando un desiderio che certamente potrà riconoscere come suo.

- La prospettiva lacaniana

Verhaege (2004) ritiene che la tendenza verso l’autonomia sia il tratto caratteriale dominante del soggetto ossessivo, indice che la prima fase di formazione dell’identità, caratterizzata dalla prevalenza alienante dell’identificazione con il desiderio dell’altro, è stata più che adeguatamente realizzata. Infatti, sopraffatto dall’altro e dalle sue aspettative invasive pensa di dovere dare il massimo per contenere la mancanza altrui: “Se lavoro duramente per soddisfare i tuoi desideri e colmare la tua infelicità forse riuscirò a liberarmi di te e ad avere lo spazio di cui ho così bisogno per conoscere il mio desiderio e capire chi sono !”
S. Leclaire (1971) osserva come l’ossessivo sia profondamente condizionato dalla nostalgia di una felicità indicibile legata all’esperienza di essere stato così amato, l’oggetto privilegiato dell’amore materno e di avere condiviso con lei una fusionalità perfetta. L’ossessivo, precocemente esposto alla consapevolezza che la madre lo preferiva al padre, è stato catturato dall’insoddisfazione materna che si è imposta a lui deprivandolo della necessaria separazione.
Per questo motivo, secondo Lacan (1996), desidera un desiderio impossibile che attraverso il fallimento lo preserva dal pericolo di una dissoluzione del Sé nello spazio materno.
J. Dor (1999) ritiene che la passività nei confronti del piacere sessuale è una caratteristica del soggetto ossessivo che non riesce ad affermare attivamente il proprio desiderio attratto dalla posizione passiva di essere tutto per l’altro, il fallo materno.
Per quanto riguarda la qualità delle sue relazioni oggettuali, l’ossessivo è assolutamente incapace di tollerare la perdità e, così come è incline ad essere tutto per l’altro, si aspetterà una simile dedizione controllando dispoticamente l’oggetto del suo amore nel timore di perderlo. L’ossessivo è disturbato dalla consapevolezza che l’altro abbia una sua soggettività indipendente, che desideri altro, e farà di tutto per neutralizzarlo creando per lui una prigione d’oro: “Se l’altro non desidera posso rilassarmi perchè il mio desiderio è sempre e solo il desiderio dell’altro e da esso mi devo liberare”. Non c’è niente di più insostenibile, per l’ossessivo, di una donna capace di vivere e perseguire un proprio desiderio. Quindi, mentre l’isterico sacrifica se stesso all’altro, l’ossessivo è costretto a sacrificare l’oggetto.
Nella relazione analitica il soggetto ossessivo cercherà di neutralizzare le aspettative dell’analista di un incontro affettivamente significativo, coinvolgendolo, suo malgrado, nella parziale ed inevitabile ripetizione di un rapporto con un’altro che, per via della propria difensività razionalizzante, è destinato a diventare, come l’oggetto primario, un altro invasivo. L’aspetto terapeutico è legato alla possibilità che l’ossessivo, rassicurato dalla capacità dell’analista di riflettere sulla propria partecipazione invasiva, possa correre il rischio di avere bisogno senza sentirsi invaso.

- Il modello delle relazioni oggettuali

Bollas (2000) sostiene che il soggetto ossessivo, definito da lui come schizoide, vive la madre come pesantemente intrusiva, adotta il distacco come soluzione difensiva e, rifugiandosi nella propria mente, la studia trasformando lo spazio relazionale fra loro in un laboratorio all’interno del quale ogni esperienza vissuta viene ripetutamente scrutinata dal Sé che assume il ruolo dello scienziato. Come uno scrittore che ha un’intensa relazione con i personaggi del suo racconto ma una vita relazionale povera, sostituisce il pensiero ad una vita affettivamente vissuta per il timore di arrendersi all’altro.
Il rapporto analitico può trasformarsi in una collusione: nel transfert l’ossessivo cecherà di sedurre l’analista usando l’esplorazione della mente come fine in se stesso nel tentativo di evitare lo sviluppo di una effettiva collaborazione psichica fra i due.

Il conflitto e la stuttura narcisistica

Neville Symington (1993) sostiene che i modelli psicoanalitici della mente sono inadeguati a spiegare il narcisismo e che per questo motivo, anche dopo una prolungata esperienza analitica, molti pazienti matengono una vulnerabità narcisistica e la loro struttura rimane non analizzata.
Il tema del narcisismo ci porta all’essenza del processo di formazione dell’identità che origina nella dimensione intersoggettiva, nel rapporto con altri dai quali siamo continuamente influenzati. La comunicazione inconscia che ci tiene costantemente immersi nella realtà oggettuale avviene attraverso un continuo processo di proiezione e introiezione, di emozioni, stati affettivi, parti del Sé che vengono scambiati in una dimensione di reciproca influenza. L’odio per questa inevitabile relazionalità del Sé è la caratteristica centrale del soggetto narcisista.
Symington (1993) sostiene che il narcisismo debba essere inteso come una reazione del soggetto ad una situazione traumatica infantile ma che la causa non sta nel trauma ma nella risposta dell’individuo ad esso. Il soggetto reagisce al trauma rifiutandosi di rapportarsi alla propria vitalità come unico modo per evitare di esporsi alla dolorosa relazione di dipendenza da un’altro vissuto come profondamente deludente.
Il narcisista è un individuo costretto dalle deprivazioni ad un precoce sviluppo adulto che presuppone il rifiuto del Sé infantile. Da questa posizione di pseudo maturità autosufficente è difficile uscire perchè è diventata uno stile di vita pervasivo sostenuto dal rifiuto di ogni possibile conoscenza introspettiva che inevitabilmente porterebbe al riconoscimento del proprio bisogno relazionale. Anche Fonagy (2002) osserva che il bambino può difensivamente sospendere la propria capacita mentalizzante.
Questo distacco dall’oggetto vitale interno espone il soggetto, che si rifugia in una dimensione di autosufficenza, al pericolo di uno svuotamento della propria personalità che lo espone ad un senso di morte e che va contrastata attraverso strategie varie come l’iperattività ed l’erotizzazione del Sé. Il problema principale del narcisista, che ha rifiutato il rapporto generativo con il proprio centro vitale, è appunto quello di come rapportarsi al mondo esterno cercando di nascondere il distacco con una sua autenticità costruita. La manipolazione dei rapporti usata per mantenere un minimo ed irrinunciabile contatto con gli altri produrrà un continuo senso di colpa che il narcisista che cercherà di mitigare attraverso la continua ricerca di ammirazione.
Il ripudio della tendenza relazionale non sarà mai totale ma prenderà, nel mondo interno, la forma di una scissione fra una parte bisognosa, che ricerca disperatamente un contatto emotivo, ed una parte cinica e negativa che detesta questo umiliante bisogno di altri considerati inevitabilmente inaffidabili.
Molti autori contemporanei (Mitchell, 1991; Bromberg, 1993; Ogden, 1994) condividono la visione di un Sé molteplice, costituito da parti, immagini del Sé e dell’altro introiettate, oggetti interni compensatori, che funzionano al di là della nostra consapevolezza e che possono invadere la nostra personalità togliendoci il controllo del nostro destino. Symington (1993) ritiene che l’ostacolo principale alla consapevolezza del narcisismo stia nel riconoscimento della nostra molteplicità che quando riconosciuta ci espone a profonde reazioni di vergogna e vulnerabilità. Si ritiene del resto che la componente distruttiva di un tratto caratteriale sia prevalentemente legato al suo non riconoscimento,
Se il narcisismo consiste in una scelta dell’Io all’ora si presume anche la possibilità di un suo superamento. L’obbiettivo principale del trattamento è che il soggetto diventi consapevole della propria negatività e che reagisca ad essa anche grazie al contenimento del rapporto analitico vissuto come esperienza alternativa e affettivamente credibile. L’uscita dal narcisismo comporta sia il rischio insito nel riconscimento dell’altro e del proprio bisogno disatteso che la messa in discussione di una modalità di vita profondamente radicata e rafforzata dalla mancanza di esperienze relazionali di sostegno allo sviluppo del Sé.
La non disponibilità dell’oggetto primario verso l’intensità del bambino viene introiettata come negazione dei propri bisogni e questo costituisce una sfida all’incontro terapeutico. La richiesta iniziale del narcisista è limitata ad un sostegno del suo sistema di autosufficenza e condizionata dal suo rifiuto di immergersi in una relazione personale. L’atteggiamento analitico classico di ascolto neutrale può colludere con il distacco narcisistico mentre una posizione analitica più vitale è necessaria alla eplorazioni delle parti scisse del Sé che altrimenti rimarrebbero non raggiunte.

Considerazioni conclusive

Una paziente isterica, per via della sua impossibilità a parlare nel transfert e nella vita, la sua identità sessuata, cade in uno stato psichico di rancore e durante una seduta, da me confrontata, finalmente dice: “sono arrabbiata perchè tu, come mia madre, non vuoi vedere la mia forza e non vuoi esporti al rischio di parlare l’amore e il desiderio… perchè non mi sento l’oggetto del tuo amore…allora ti sottopongo (aveva saltato alcune sedute) alla stessa sofferenza finchè non vedrò in te chiaramente il risultato della deprivazione…solo allora farò retromarcia!”.
Un paziente ossessivo, dopo essere riuscito a farsi lasciare da una donna dalla quale era fortemente attratto e corrisposto, per averla ingolfata con il proprio bisogno e spaventata attraverso un atteggiamento controllante, dice: ” avvertivo eccessivamente la sua mancanza…non riuscivo ad apprezzare il suo amore perché temevo di perderla o che lei si sarebbe stancata di me”.
Un paziente narcisista parlando di sé, in una fase avanzata del trattamento, dice: “mi sento come un extraterrestre che osserva la vita degli umani…li giudico, li disprezzo ma li invidio profondamente. Sono stanco di sforzarmi, vorrei che tutto fosse più naturale… la mia vita non mi appartiene, è tutto un arrabattarsi per riempire gli spazi vuoti…vorrei tanto esserci ma nel mondo reale mi sento troppo abbandonato e gli altri hanno qualcosa che a me manca…sono tutti più vivi di me”.
Queste affermazioni ci permettono di entrare direttamente nel vissuto dei soggetti che vivono i conflitti isterico, ossessivo e narcisistico.
Il soggetto isterico trascina l’analista nella sua scena inconscia alla ricerca di quella completezza che non riesce a raggiungere per la mancanza di un radicamento sicuro nel desiderio dell’altro. Senza questo attaccamento positivo l’insoddisfazione e il rancore invadono la sua vita impedendogli di espandere la propria identità nella direzione voluta.
L’ossessivo, troppo preoccupato dalla mancanza e dalla possibilità di finire in una posizione passiva nei confronti dell’altro, sabota la propria felicità rendendo impossibile la realizzazione del suo desiderio, consapevole in parte di non avere ancora i mezzi per sostenere la dimensione edipica e rapportarsi attivamente al piacere.
Il narcisista riflette finalmente sulla propria condizione di isolamento, sulle conseguenze del distacco dalla sua vitalità e sullo sforzo che ha dovuto costantemente sostenere per mantenere l’apparenza di una sua partecipazione autentica.
Emergono nel discorso di questi pazienti i punti fragili attorno ai quali il loro sviluppo si è bloccato e diventa esplicito, nel qui ed ora del rapporto transferale, come essi siano la conseguenza del contesto intersoggettivo originario.
Nell’isterico la mancanza di rispecchiamento dell’intensità sessuata ha prodotto una paralisi ed il soggetto si è bloccato in una posizione di desiderio insoddisfatto e di rancore verso l’altro in un’aspettativa di risarcimento.
L’ossessivo lotta per affermarsi dal rapporto duale invasivo con l’oggetto primario attraverso la realizzazione di un desiderio possibile ed impara dai propri fallimenti a rapportarsi attivamente al desiderio e ad abbandonare le modalità ingolfanti e le nostalgie incestuose.
Così il narcisista riflette sulla propria condizione vitale cercando attraverso questa sofferta consapevolezza l’uscita dal proprio isolamento e riconoscendo il suo contributo alla propria infelicità.
Il conflitto di questi pazienti si struttura sulla base del loro legame con l’oggetto primario che abbandona, invade o delude come unica possibile alternativa alla deprivazione dei requisiti indispensabili allo sviluppo della loro identità, ma appare chiaro, attraverso questi modelli interpretativi, come il soggetto non debba essere esonerato, considerato solo vittima di circostanze sfavorevoli, ma anche attore nel conflitto e nel legame con l’oggetto primario che è anche una sua creazione. Questo legame potrà essere superato attraverso l’esternalizzazione del conflitto in un contesto relazionale che gli offra quella possibilità emozionale riparativa di cui ha bisogno.
Questi conflitti, inoltre, anche nel caso in cui non si strutturino in una psicopatologia, vanno considerati come dimensioni universali attorno alle quali l’identità soggettiva troverà una propria realizzazione. Il conflitto isterico può essere visto come parte normale dello sviluppo identitario inquanto coinvolge il soggetto nel difficile compito di integare nel rapporto con l’altro primario la pulsione sessuale.
Il conflitto ossessivo fa riferimento alla necessaria alienazione nel desiderio dell’altro che costituisce la prima base dell’identità e dalla quale il soggetto dovrà affermarsi integrando la pulsionalità ed affermando un proprio desiderio.
Mentre il conflitto narcisistico fa riferimento alla dimensione di dipendenza del soggetto dal suo ambiente relazionale e agli inevitabili fallimenti che, se non gravi al punto da spingerlo all’isolamento, costituiscono comunque una spinta necessaria all’individuazione del soggetto.

Bibliografia

- C.Bollas, (2000) Hysteria. London: Routledge. Trad. it.: (2001) Isteria. Raffaello Cortina Ed.
- Fink, F. (1997) A Clinical Introduction to Lacanian Psychoanalysis. Harvard University Press: Cambridge and London.
- Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E., Target, M. (2002) Affect Regulation, Mentalization, and the Development of the Self. Other Press: New York
- Symington, N. (1993) Narcissism: A New Theory. Karnac Books
- Verhaege, P. (2004) On Being Normal and Other Disorders. Other Press, New York.

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