La svolta ermeneutica e il costruttivismo sociale

15 agosto 2013 » In: La psicoanalisi relazionale » Leave a comment

 

C’e stata una riflessione e un intenso dibattito sulle implicazioni epistemologiche della svolta relazionale in psicoanalisi che propone un modo alternativo di concepire la natura della realtà verso un superamento del paradigma positivistico.
Così come la teoria psicoanalitica relazionale ha ridefinito la mente da una visione di strutture predeterminate che emergono dall’interno di un organismo individuale verso una struttura che deriva dalle interazioni con un campo interpersonale, il modello relazionale ha anche ridefinito la verità come consenso razionale raggiunto da una comunità che dialoga attraverso un metodo attivo di confronto dialogante. 
Secondo questa definizione, il mondo esiste indipendentemente da quello che noi diciamo di esso, la verità non è un attributo del mondo ma della nostra conversazione sul mondo e l’unico modo che abbiamo per accorgerci se ci avviciniamo o ci allontaniamo da la verità è di vedere se c’è consenso o meno nella comunità a cui ci riferiamo per continuare questo dialogo. “Questo è quanto ho osservato, siete d’accordo o no?”
In questo modo anche la natura e la fonte dell’autorità dell’analista sono state messe in discussione, visto che il suo accesso alla realtà non è più necessariamente considerato come quello privilegiato. Il post modernismo ha avuto un impatto sugli analisti relazionali americani che pur essendo coscienti del pericolo di un atteggiamento di scetticismo pessimistico conseguenza di un relativismo estremo accettano la svolta costruttivistica senza rinunciare alla necessità e al bisogno di verità, anche se relative.
Secondo Aron (2002) uno degli effetti più deleteri della pretesa di oggettività in psicoanalisi è stato il tentativo di eliminare il fattore soggettivo considerato equivalente di arbitrarietà. L’analista doveva essere un osservatore neutrale, rimosso dal campo di osservazione e la sua visione implicava oggettività. Nel mondo post moderno la verità non è più concepita in termini così semplicistici e le affermazioni di verità sono considerate come espressione di una lotta di potere. La verità è vista più come una prospettiva in continuo cambiamento.
Hoffmann (1992) sostiene che nel modello costruttivistico c’è un’accresciuta consapevolezza che la realtà che l’analista crea assieme al paziente è conseguenza di un processo di selezione e di esclusione di altre possibili realtà, rese inaccessibili, ad esempio, da motivi temperamentali, dalle risorse disponibili o da restrizioni culturali.
La coppia analitica è composta di due soggettività, due prospettive in interazione, non da un soggetto ed un oggetto, da un paziente irrazionale e una autorità obbiettiva, non da uno che transferalmente distorce la realtà e uno che giudica che cosa sia reale.
Il prospettivismo è inteso come una visione filosofica secondo la quale il mondo esterno può essere compreso attraverso sistemi concettuali alternativi e non c’è un criterio autoritativo indipendente che determina se un sistema sia più valido dell’altro. La realtà è vasta ed ambigua e quello che noi comprendiamo di tale realtà è solo una costruzione che noi facciamo.
Conseguenza di questo mutamento epistemologico è che il metodo psicoanalitico non è più inteso come un’esplorazione di qualche cosa che si nasconde dietro la superficie, sepolto nella profondità, ma come un modo particolare di organizzare quello che c’è, per aggiungere significato ad un’esperienza che è vasta ed ambigua. Il significato non è inerente all’esperienza.
La psicoanalisi nella prospettiva ermeneutica non è una scienza naturale ma uno studio dei significati, non è più considerata una ricerca di connessioni causali.
Spence (1994) sostiene che il processo analitico non è un ritrovamento archeologico ma la costruzione di una narrativa riguardante la vita del paziente, che diventa verità narrativa piuttosto che verità storica.
In modo simile Schafer (1992) enfatizza come la realtà sia sempre mediata dalla narrazione e costruita sulla base della particolare teoria usata dall’analista. Invece di pensare che la teoria aiuti a scoprire quello che di inconscio c’è nella mente del paziente è più appropriato ritenere che l’analista userà una particolare teoria per organizzare il materiale associativo.
Nel rapporto analitico l’enfasi si è spostata dall’insight e dalla rinuncia dei desideri infantili alla ricerca di significato ed autenticità e la svolta ermeneutica ci ha portato ad essere scettici delle conoscenze oggettive ed universali e di favorire una dimestichezza con una varietà di teorie che sono tutte comunque profondamente imbevute nella nostra personale soggettività.
Allo stesso modo della verifica empirica la dimensione prospettivistica contribuisce al controllo della tendenza di ogni metapsicologia ad imporsi, attraverso un uso sociale, come verità assoluta e visione reificata.
Si tratta di una critica della visione monadica della verità e dell’abbandono della visione di una verità unica nella quale ci sono teorie vere o false, giuste o sbagliate, il continuo processo di aprirsi a nuove verità è più importante delle conclusioni a cui si arriva.
La verità è costruita o trovata? Secondo la prospettiva ermeneutica la teoria è solo un modo che funziona per parlare della realtà, non è la verità.
Molti teorici cominciando dallo stesso Freud hanno trovato difficile parlare di relazioni oggettuali nel linguaggio della psicologia freudiana e hanno lentamente sviluppato altri linguaggi e questo non vuole dire che la teoria delle relazioni oggettuali è giusta mentre quella freudiana sbagliata, ma vuole semplicemente dire che alcuni analisti trovano più facile parlare di certi argomenti di cui vogliono parlare in una lingua piuttosto che in un’altra.
Quando pensiamo che una teoria sia giusta rispetto ad un’altra sbagliata è di solito perché cominciamo a pensare che la descrizione delle cose sia come esse effettivamente sono.
Non dobbiamo rinunciare alla verità ma solo alla certezza di averne una, e così possiamo appassionarci al dialogo e lasciarci sorprendere dalla verità delle cose dette.
Fra gli autori che hanno recentemente arrichito questo dibattito e che sostengono la necessità che la psicoanalisi si radichi nelle scienze naturali, Grunbaum (1984) crede che il metodo psicoanalitico manchi di risorse epistemologiche che convalidino le sue teorie e richiede evidenza extraclinica ritiene che l’interpretazione sia una convalidazione consensuale contaminata dalla suggestione e attacca gli approcci ermeneutici che sostengono che lo scopo della psicoanalisi sia di ricercare significato ed espanderlo e che il modello delle scienze naturali sia irrilevante a questo fine e che credere nella oggettività sia un grave pericolo.
Secondo Rubenstein le operazioni mentali che interessano la psicoanalisi possono anche essere viste come processi fisiologici ed alcune volte perché possano essere capite devono essere considerate come tali. Cioè se gli psicoanalisti vogliono continuare a parlare di processi consci o inconsci dovrebbero riconoscere le corrispondenti realtà neurofisiologiche, cioè radicare il loro linguaggio nella dimensione degli eventi neuronali, nella dimensione di come le cose sono veramente.
Molti sostengono che le descrizioni in termini di significato o di relazioni causali non sono alternative, il metodo delle scienze naturali e quelle umanistiche sono complementari, la psicoanalisi ha le sue radici sia nelle scienze umanistiche che in quelle naturali, gli approcci interpretativi centrati sulla comprensione delle narrative e le strutture dei significati e gli approcci scientifici centrati sullo stabilire delle relazioni causali possono essere visti come modi complementari di creare conoscenza.

Letture consigliate e bibliografia di riferimento

- Aron, L. (2002) A Meeting of Minds. Analytic Press
- Greenberg, J. R. e S. A. Mitchell (1986) Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica. Il Mulino
- Grunbaum, A. (1984) The Foundation of Psychoanalysis. Univeristy of California Press
- Mitchell, S. A. e Blak, M. J. (1996) L’esperienza della psicoanalisi. Bollati Boringhieri
- R. Kennedy (2007) The many voices of psychoanalysis. Routledge, London
- Pine, F. (1990) Drive, Ego, Object,& Self. Basic Books
- Schafer, R. (1992) Retelling a life. New York Basic Books
- Spence, D. (1994) The Rethorical Voice of Psychoanalysis. Harvard U.P.

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